Il colle di Tuvixeddu lo si vede bene dall’isoletta dentro lo stagno di Santa Gilla. Da millenni i colli di Cagliari, tra i quali questo, posti sulle propaggini a sud della Sardegna, nel punto mediano del Golfo degli Angeli, sono i più abitati dell’intera isola. Lo erano anche nel periodo medievale giudicale, quando, anche per proteggere la città dalle incursioni degli aggressori che venivano dal mare, il centro dell’abitato venne spostato in basso, fra la strada romana e la laguna. Successivamente Santa Igia, questo era il nome del castello giudicale, fu distrutta dai pisani, i nuovi padroni, che decisero di fondare la propria Cagliari sul colle più alto dove, ancora oggi, esiste il Castello.
Tuvixeddu venne scelto prima dai fenici – punici, poi da Romani, come area cimiteriale della città. Il calcare morbido, lavorabile con attrezzi semplici, consentì l’escavazione dei sepolcri in roccia, affastellati su più livelli. Lo scenario che ne derivò era ancora in parte visibile agli inizi del 1900, dalle prime foto scattate dai campi di San Paolo, dove sopra le casette sulla strada di Carlo Felice, il bianco sporco delle emergenze calcaree é interrotto dai vuoti degli scavi sepolcrali.
La città, però, stracciona e incolta, miserabile, decise di non conservare la memoria delle sue radici. Lo sviluppo edilizio degli inizi del ‘900 portò con sè la necessità di materiali lapidei, delle malte leganti e di rivestimento: il cemento e la calce. Vennero pertanto concesse delle attività di cava proprio su colle e, senza alcuna pietà, le case degli “spiriti dei defunti” , le domus de janas, furono macinate.
Ma non solo queste finirono sotto i piedi di una sviluppo moderno, quando la città fu satura nei suoi quattro quartieri storici l’espansione si rivolse verso quelle che allora erano le contiguità più comode. Sotto il quartiere di Viale Trieste e Santa Avendrace giacciono sepolti, forse per sempre, i resti di rovine puniche, romane, medievali.
Tuvixeddu diventò, quindi, per circa cinquanta anni la cava del calcare per calce e cemento della città, fino agli anni ’60 quando fu compiuto l’ultimo grave delitto: la collina fu incisa da una trincea profonda trenta metri e lunga qualche centinaio. Quello che oggi viene chiamato il canyon viene paradossalmente considerato oggetto d’interesse paesaggistico: un segno di vomere nell’epidermide del paesaggio. Il resto della collina, probabilmente, fu salvato perché la villa con parco abitata dai proprietari della cava, quindi della collina medesima, era posta proprio nel mezzo.
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Esclusi i brani della letteratura storica della Sardegna, tra i quali quelli del La Marmora e del Taramelli, solo ai primi degli anni settanta, grazie all’azione di alcuni illuminati, si iniziò a denunciare “lo scempio”. Alcune associazioni si coalizzarono e misero in campo una serie di attività di sensibilizzazione della cittadinanza e della classe dirigente. Vennero ampliati i vincoli archeologici che sino a quel momento erano stati di dimensioni scandalosamente ridotte.
Nel frattempo nacque un contenzioso fra l’amministrazione comunale ed i proprietari di una vasta area posta in cima ai colli di Tuvumannu e Tuvixeddu. Un esproprio per la realizzazione di un quartiere di edilizia popolare fu indennizzato a prezzo agricolo, in virtù delle norme sugli espropri per pubblica utilità in quel momento modificate da una recente legge. Successivamente la Corte Costituzionale cassò quei principi legali e riportò la stima del valore degli indennizzi al valore di mercato.
Il comune si trovò, dopo una serie di sentenze sfavorevoli, debitore di una cifra enorme, nella quale si sommavano il valore delle aree con quelle dei danni e le spese di giudizio. Questo impasse fu superato quando, alla fine degli anni novanta, dopo anni di vertenze, dibattiti e tentativi andati a vuoto, il comune stipulò un cosiddetto Accordo di Programma che vedeva coinvolti i privati, la regione e il comune medesimo.
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L’area interessata dall’accordo di programma Coimpresa, noto con il nome dell’impresa privata che vi partecipa, é vasta circa 48 ettari interamente privati di cui, ceduti per standard e per il parco, 34 ettari. All’interno esiste un’area della necropoli vera e propria, o di ciò che si é conservato, vincolata ai sensi di una serie di normative e in ultimo dal “Codice Urbani”.
Nel 1997 il Comune approva il progetto proposto dall’impresa con lo scopo di sanare anche un contenzioso nato dalla costruzione delle case popolari di via Castelli ed eliminare un debito arrivato a 63 miliardi di lire. Nel contempo viene esteso il vincolo da via Santa Avendrace sino a Piazza D’Armi. Tutti i progetti, di conseguenza, sono accompagnati dai nulla osta delle varie soprintendenze competenti, compreso quello della Regione, che, reggente Palomba e il centrosinistra, afferma: “l’intervento progettato consente di ricucire un brano del tessuto urbano…”
Nel 2000 la Giunta Regionale recepisce il parere favorevole dell’ufficio SIVEA relativo allo screening di valutazione ambientale del progetto. Il Comune approva una transazione del debito generato dalle espropriazioni dei terreni per le case popolari. A fine anno viene sottoscritto, da tutte le parti, l’accordo che porta anche cospicui finanziamenti pubblici, 12 miliardi, per il parco archeologico.
Nel 2003 Coimpresa vede approvati i progetti di lottizzazione e cede al Comune i terreni occorrenti per viabilità, parcheggi, verde pubblico, parco archeologico e servizi connessi alle residenze. Nel novembre hanno inizio i lavori di realizzazione del Parco.
Nel 2005 partono i lavori di realizzazione del primo lotto della strada, da via Cadello a via Is Maglias, nonché quelli per la realizzazione del museo archeologico di Tuvixeddu. Nell’ottobre dello stesso anno la Regione, il Comune e Coimpresa con atto preventivo ritengono non essenziale la realizzazione del terzo lotto della strada, quello per cui si sarebbe demolito il Liceo Siotto.
Nel maggio 2006 viene approvato il Piano Paesaggistico Regionale che amplia l’area sottoposta a vincolo. Di seguito la Regione decreta “il notevole interesse pubblico” dell’area. Coimpresa ricorre al TAR, la Regione ritira i decreti. Nel gennaio 2007 la Regione sospende tutti i lavori. Coimpresa ricorre al TAR ma, nel febbraio, la Regione ritira il provvedimento di sospensione.
La Regione nel frattempo ha istituito la “Commissione di tutela del Paesaggio”, questa, nel febbraio 2007, con voto contrario del Soprintendente Santoni approva la dichiarazione di notevole interesse pubblico. Nell’agosto la Giunta dà mandato agli assessori perché “fosse rapidamente realizzato” il progetto di tutela del prof Gilles Clément, pagato con fondi della Fondazione del Banco di Sardegna e presentato a Festarch. Coimpresa ricorre contro entrambi i provvedimenti.
Nel febbraio del 2008 il TAR Sardegna annulla le proposta di vincolo e le delibere della Giunta regionale e condanna la stessa amministrazione regionale al pagamento delle spese . I motivi dell’accoglimento del ricorso in sintesi sono i seguenti:
Sono fondate le censure in relazione ai vizi procedimentali e agli errori … forse strumentali. Questo sarebbe sufficiente a inficiare tutti i successivi atti, ma data l’importanza del contendere per il territorio cagliaritano il TAR “ritiene opportuno procedere all’esame di alcuni motivi …”
I soggetti componenti la Commissione del Paesaggio non avevano i titoli ma sono stati nominati “visti i curricula” che comunque non sono allegati alla delibera. La determinazione della Commissione é fondata su “elementi di fatto insussistenti e palesemente erronei”.
Il paesaggio da tutelare non può che essere quello esistente, essendo inconcepibile, oltre che costoso, un ritorno al passato storico.
Estromissione sostanziale dal procedimento del Comune di Cagliari.
E’ esclusa l’unilateralità del recesso da un accordo di programma, e in materia di obbligazioni e contratti.
L’accordo è stato disatteso quando era già in corso di avanzata realizzazione e non “erano intervenuti elementi di novità”.
Vi é stato, da parte della Giunta Regionale, un vizio di “sviamento di potere” in quanto già al momento dell’apposizione del vincolo esisteva il progetto sostitutivo redatto dal Prof Gilles Clément che, peraltro, era palesemente incoerente con “le prescrizioni ed i vincoli di cui alla proposta approvata dalla Giunta regionale.
Nell’ottobre del 2008 il Consiglio di Stato respinge l’appello della Regione e conferma in toto le argomentazioni della suddetta sentenza del TAR.
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Siamo arrivati al presente.
Nei giorni scorsi un articolo sulla stampa locale lascia intendere di possibili “vicinanze sospette” fra l’Avvocatura dello Stato, Coimpresa e un Giudice del TAR. Appaiono trame da spy stories o, meglio, tipiche di “mani pulite”.
L’ultima sentenza del Consiglio di Stato: “ha riformato una decisione del Tar Sardegna, provocando la reviviscenza dell’annullamento della concessione per il comparto E3 (Collina della Polveriera, zona compresa tra via Is Maglias e il Catino), per un totale di alcune decine di migliaia di metri cubi. Il Giudice amministrativo d’appello ha infatti ribadito la necessità di ottenere le autorizzazioni edilizie per ogni singolo intervento con adeguata motivazione paesaggistica, cassando un’autorizzazione che riguardava … La decisione è importante perché le autorizzazioni edilizie richieste devono tenere conto sia del vincolo paesaggistico del 1997, sia del Codice del Paesaggio (D. lgs. N. 42 del 2004) e del Piano Paesaggistico della Regione Sardegna del 2006, che aveva appunto ricompreso Tuvixeddu e Tuvumannu”
I giochi sembrano riaprirsi ma in Conclusione a perderci é comunque sempre la città: defraudata del suo più pregevole compendio archeologico; gravata dai danni di una mala amministrazione, prima comunale con gli espropri per le case popolari, poi regionale con il maldestro tentativo di recuperare l’irrecuperabile; privata per anni del parco archeologico; stressata da conflitti fra poteri che spesso sono lievitati per vanità personali dei vari attori.
In questo momento ciò che, a noi, appare più necessario é tentare di realizzare quelle azioni utili che, forse, già in passato con un profilo più basso e minore orgoglio si sarebbero potute realizzare.
Come fare?
- Acquisire le aree immediatamente contigue al catino.
- Includere il costone della necropoli romana, per la quale esiste già un progetto approvata ma per il quale, nel frattempo, si sono persi i milioni di euro già finanziati
- Verificare l’esistenza di modalità di costruzione della strada in forme meno muscolari e impattanti sui viali Trieste e Trento nonché gli edifici di contorno.
- Terminare i lavori e aprire ai potenziali innumerevoli fruitori.
Cos’altro… Questa città forse deve passare per una catarsi, un processo di purificazione dell’anima dai mali interiori. Tutti dobbiamo chiedere scusa, per i nostri errori e per quelli dei nostri padri che non hanno avuto rispetto della memoria di una Città. Solo allora forse si riuscirà ad abbassare le armi per risolvere pacificamente i conflitti.