Il Piano Città per Sant’Elia, storia di un quartiere mai valorizzato


E’ notizia di questi giorni la volontà del comune di Cagliari di riqualificare il quartiere di Sant’Elia ponendolo al centro del programma strategico di riqualificazione inserito nel Piano nazionale delle città per la trasformazione e valorizzazione dei quartieri e delle aree urbane degradate. Il comune ha presentato la propria proposta alla Cabina di Regia istituita dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per gestire le risorse destinate al Piano Città. Dei 111 milioni di euro richiesti, sono stati per ora finanziati 11 milioni.
I criteri secondo i quali sono state selezionate le proposte dei 457 comuni italiani dalla Cabina di regia sono l’immediata cantierabilità degli interventi e la capacità e la modalità di coinvolgimento di finanziamenti pubblici e privati.

Gli 11 milioni stanziati verranno utilizzati, come si legge nel riepilogo economico definitivo, principalmente per la riqualificazione delle aree di accesso del padiglione Nervi dalla passeggiata del lungomare oltre che il padiglione stesso e per i canali navigabili, questi ultimi, ossia 7 milioni di euro, sono stati poi rimodulati per ripartirli nel risanamento delle infrastrutture nel Borgo, per il sistema fognario e per la realizzazione di aree verdi nel quartiere

Al Piano nazionale delle Città hanno aderito oltre che il comune anche l’Autorità portuale e la Sezione Costruttori Edili di Confindustria (ANCE) collaborando attivamente con l’Amministrazione comunale.

 

Vista aerea quartiere sant'elia

 

Per questo motivo ci sembra utile ripercorrere la storia del quartiere per capirne la criticità e la situazione di degrado in cui ancora oggi versa.

 

Il “nuovo suolo” fu portato alla luce tra gli anni Trenta e Quaranta dalle bonifiche idrauliche che interessarono il Golfo degli Angeli durante il ventennio fascista, ridisegnando le linee di costa di un suolo già solcato da alcuni canali per il trasporto del sale. Qui si posizionarono in seguito alcuni elementi puntuali come il Padiglione del Sale del 1954, che segnarono la vocazione ad area produttiva del promontorio di Sant’Elia sino agli anni Settanta.

 

Un primo nucleo del quartiere fu impostato in realtà nel tardo Seicento con la costruzione di alcune case. Nel secolo successivo l’area venne convertita a zona di degenza per malattie contagiose, anche attraverso la costruzione dell’ancora esistente Lazzaretto.

In prossimità dello stesso, tra il 1951 e il 1956, la giunta Comunale presieduta dal sindaco Leo, pianificò la realizzazione del “borgo”, con la funzione di accogliere gli sfollati e gli immigrati dell’entroterra sardo che in quel periodo si erano stanziati in massa nei pressi del colle di Bonaria. Una parte delle case del borgo furono anche destinate ai pescatori che vivevano nel Lazzaretto.

Le case del Borgo, benché fossero umide e poste sul pendio scosceso del colle, soggette quindi a dilavamento causato dalle acque che scorrevano ai loro piedi, rappresentavano un tentativo di costruzione di residenze a bassa densità ispirata al modello inglese delle case giardino.
Tutt’oggi persiste, ed è facilmente distinguibile, il nucleo dei “primi abitanti”, che mantengono tra loro relazioni e legami diversi rispetto a quelli degli abitanti che vennero insediati nel nuovo quartiere negli anni Ottanta e Novanta.

 

Negli anni successivi, il sovrappopolamento causato dall’aumento dei nuclei familiari nel vecchio borgo, fece decidere all’Amministrazione di far sorgere in quel punto il grande quartiere di edilizia popolare cagliaritano sull’onda delle tendenze nazionali; siamo, infatti, negli anni Sessanta e Settanta, anni prosperi di provvedimenti normativi riguardanti la residenza e l’edificabilità di aree popolari, figli del funzionalismo e del Decreto Fanfani che dava una risposta al problema delle devastazioni portate dalla Seconda Guerra Mondiale dando delle norme per la ricostruzione delle zone periferiche della città.
Di questi anni ricordiamo
legge 167/62: Disposizioni per favorire l’acquisizione di aree fabbricabili per l’edilizia residenziale pubblica;
legge 865/71: Programma di coordinamento dell’edilizia residenziale pubblica
legge 457/78: Norme per l’edilizia residenziale.

Cagliari, dunque, influenzata dalle teorie del funzionalismo e dello zooning tanto in voga, agì per frammenti di città, dotandosi anche lei di quello che sarebbe dovuto diventare un grande quartiere all’avanguardia di edilizia popolare.

 

Negli anni Settanta, si elaborano vari piani attuativi, detti Piani per l’Edilizia Economica e Popolare, in seguito P.E.E.P.
Il primo, del 1973, venne redatto dagli ingegneri L. Deplano e G. Sgualdini e prevedeva tutt’altro che residenze a bassa densità, ma piuttosto delle megastrutture eredità dei principi del modernismo di Le Corbusier e della Carta di Atene pubblicata nel 1938 a seguito del IV CIAM.

Una “macchina per abitare”: ecco come si presentava il progetto che, prendendo come unica qualità del paesaggio la vicinanza col mare, si ergeva con svariati piani sopra un territorio senza considerare la possibilità di relazionare città e paesaggio. Si pretendeva di creare contesto e ci si poneva facendo un “atto di fondazione” in un territorio che già aveva delle qualità e del valore urbano. Tuttavia questo progetto non è annoverabile tra i meno riusciti in scala nazionale, infatti, sebbene con tutte le problematiche appena esposte, fu l’unico che ebbe un rapporto privilegiato con il paesaggio costiero.
Per tutto il ventennio Settanta e Ottanta il quartiere sarà oggetto di piani attuativi P.E.E.P che in realtà cambiarono la forma del piano attuativo Deplano ma non la sostanza del progetto.

 

 

Tra questi ricordiamo il piano attuativo redatto per l’Istituto Autonomo per le Case Popolari ( in seguito I.A.C.P.) nel 1977 dall’architetto Zuddas e razionalizzato poi nel 1979. Questo ebbe il merito di riportare il progetto a una scala paesaggistica piuttosto che architettonica.
Tuttavia tutti i successivi rimaneggiamenti del Piano Deplano purificarono l’impronta utopistica ma inserirono dei tratti tipici del plan libre lecorbusieriano modificandoli leggermente. Non a caso vennero inseriti dei piani pilotis, chiamati poi successivamente piastre, ma modificati secondo l’idea originaria, che ponevano il traffico veicolare nel piano terra separato da 4 metri di altezza dal piano pedonale.
Una volta che il piano fu approvato questa costituì la principale caratteristica di fallimento architettonico che si riscontrò nelle prime costruzioni del quartiere, ossia nel complesso “Del Favero”.
Questi stessi sono oggi i punti più critici del quartiere, le tipiche terre di nessuno, mai abitate sopra e che sotto hanno dato adito ad abusivismi da parte dei cittadini.

 

 

Nell’ultimo decennio del Novecento la normativa italiana pare subire una svolta avvicinando l’architettura all’urbanistica attraverso le forme dei Programmi urbani integrati, esplorando la desiderabilità e le potenzialità degli esiti delle norme. I Contratti di quartiere tentano di coinvolgere direttamente gli abitanti nell’elaborazione dei progetti, occupandosi non solo della riqualificazione edilizia ma anche di quella sociale.

Queste tipologie normative interesseranno due volte il quartiere di Sant’Elia: il primo nel 1989 ed il secondo nel 2003.
A Sant’Elia ebbero una maggiore efficacia sulle questioni morfologiche, tentando di risolvere lo spazio aperto e migliorando le relazioni tra le diverse tipologie edilizie.

Tuttavia il quartiere non perse la caratteristica di essere un nucleo separato dalla parte centrale della città. Ancora oggi è percepito come un’appendice, come una “malformazione” come un’aggiunta alla città dove anche i suoi abitanti si sentono estranei alle dinamiche cagliaritane.

 

Arrivando ai fatti recenti, una delibera CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) del 2004 rendeva disponibile trenta milioni di euro su fondi FAS (Fondo aree sottoutilizzate) per la “Riqualificazione del patrimonio edilizio di proprietà dello I.A.C.P. di Cagliari compreso fra la strada di circonvallazione sud e la via Schiavazzi – lato mare – anche attraverso la parziale demolizione e ricostruzione dello stesso e il completamento dei servizi”. Cosi nel 2005 la Regione Sardegna stanzia sugli stessi fondi ottocento mila euro per lo “studio di fattibilità” del Risanamento e recupero del quartiere di Sant’Elia.
Nel Luglio 2006 Il comune e la Regione sottoscrivono un intesa per definire le linee programmatiche degli interventi che riguardano la città di Cagliari. A Sant’Elia viene previsto il risanamento ed il recupero del quartiere attraverso la riqualificazione edilizia del patrimonio di proprietà dello I.A.C.P. anche attraverso la parziale demolizione, l’integrazione urbanistica e funzionale tra il Museo Bètile (Zaha Hadid 2006) e i progetti promossi dal Comune per la valorizzazione del lungomare di Sant’elia, I parchi naturali, il forte Sant’Ignazio, Calamosca, il porto dei pescatori e gli interventi del secondo contratto di Quartiere.

L’amministrazione Regionale in parallelo avviò una consulenza scientifica per orientarsi nello studio di fattibilità avvalendosi della collaborazione dell’Università di Architettura di Cagliari e il Politecnico di Milano (responsabile scientifico Stefano Boeri) e l’Office for Metropolitan Architecture di Rotterdam (OMA) (Responsabile scientifico Rem Koolhaas). Si così arrivò alla compilazione dello studio di fattibilità affidato ad A.R.E.A. che ne studiò tutte le fasi e le modalità, delineando un programma di spessore che portava alla coordinazione delle attività tra tutti gli enti coinvolti : Comune di Cagliari, Regione Autonoma della Sardegna e A.R.E.A.

 

 

Il Sant’Elia Workshop SEW07 avviato in fase di prefattibilità diede le premesse per il quadro programmatico che il Comitato d’Indirizzo sottoscrisse nel 2007.

 

Il documento è articolato in 8 punti presi poi dallo studio OMA per elaborare il Concept Masterplan:

1. Demolizioni e trasferimenti o recuperi di volumetrie
2. Portualità e lungomare
3. L’assetto infrastrutturale
4. Integrazione funzionale e produttiva
5. Mixitè abitativa e tipologica
6. Introduzione nella progettazione di elementi ambientali orientati alla sostenibilità edilizia e urbana
7. Monitoraggio dei progetti in corso
8. Forme di partecipazione

 

Questo progetto non trovò tuttavia seguito, sia per la mancanza di adeguati strumenti urbanistici che potessero implementarlo, ma anche per la contestuale presenza di altri temi caldi riguardanti il promontorio, che andarono a interagire con la variazione della zonizzazione.

 

Quello che sappiamo è che attualmente 7000 abitanti si dividono in 1551 residenze ad alta densità divise in 4 aree di differente tipologia:

1. Complesso Del Favero: anno di costruzione 1979, numero di residenze 265
2. Le Lame: anno di costruzione 1984-1988, diviso in 433 appartamenti
3. Le Torri: anno di costruzione 1980-1999 divise in 460 alloggi
4. Gli Anelli: anno di costruzione 1984-2000 divisi in 343 appartamenti da affittare.

 

A fronte del nuovo Piano Città ci chiediamo se realmente si riuscirà a cambiare il volto di questo quartiere che, ancora oggi, continua ad essere non inserito nel contesto e nel tessuto cittadino e composto da quelle megastrutture che, negli anni settanta, avrebbero dovuto rappresentare l’avanguardia ma che ora testimoniano solo il degrado e il fallimento della teoria modernista e dello zoning.

 

 

Bibliografia:
Architettura città e paesaggio. Il progetto urbano per il quartiere di Sant’Elia a Cagliari. A cura di Pier Francesco Cherchi, Giovanni Battista Cocco. Giugno 2009.
Edilizia popolare. Rivista bimestrale di architettura e urbanistica n°246/247
Abitare n° 485